Riflessioni sull’assegnazione del premio Sartor – Cisl

Dopo la cerimonia di premiazione per il “Premio Sartor” mi è stato chiesto da un dirigente della Cisl di scrivere una pagina di commento, per essere pubblicata sul sito della Cisl. Non è mai stata pubblicata in quella sede, perciò riporto in questo post il contenuto, scritto il 28 dicembre 2010

Per uno studente appena laureato come me, il premio “Domenico Sartor” costituisce un valido supporto alla ricerca, grazie all’assegno di 1500 euro e all’arricchimento del curriculum accademico. Ringrazio di cuore il sindacato Cisl di Treviso per questa possibilità e spero che possa continuare ad offrirla in futuro ad altri studenti.

Il mio interesse di studio principale è il funzionamento dei gruppi sociali, è perciò un onore ricevere un premio intitolato a una persona come Domenico Sartor, il quale si è occupato di società in modo decisamente completo.
Sartor è stato un parlamentare della repubblica e si è quindi occupato di politica “pura”. Ma è stato anche il primo segretario provinciale della Cisl di Treviso. Ha lavorato cioè nell’associazionismo e precisamente nel sindacato, associazione particolare che si occupa di alcuni tra i più importanti problemi economico-sociali del paese.
Inoltre Sartor diede vita ad un movimento cooperativo coordinato dal “Centro per l’educazione e la cooperazione agricola trevigiana” (Cecat), di cui fu presidente. Si è occupato quindi in modo specifico di cooperazione, cioè in maniera diretta dei problemi dell’agire collettivo. Si tratta di una figura politica a tutto tondo.

La cooperazione è la base della nostra società. È noto a tutti che la stragrande maggioranza delle attività economiche necessita di un certo grado di collaborazione fra diversi attori e lo stesso vale, a maggior ragione, per le decisioni sociali.
Quando l’economia diventa troppo autonoma, perché segue regole di massimizzazione dei capitali a prescindere dall’utilità sociale – come accade in questi anni in cui assistiamo ad un aumento della ricchezza media e contemporaneamente un aumento della disoccupazione – l’importanza della cooperazione appare ancora più evidente.
È nel campo della cooperazione e dell’interazione, ad esempio, che si sviluppa il capitale sociale, il quale si può facilmente convertire in altre forme di ricchezza, andando ad incidere direttamente sulla qualità della vita.

Si può fare un esempio restando all’interno del settore della cooperazione agricola di cui si è occupato Sartor. È sufficiente pensare a cosa potrebbe voler dire per la nostra regione, se intere vallate o colline – e non soltanto singole aziende agricole – riuscissero a utilizzare sistemi di coltura biologici, che permettono di ridurre al minimo l’utilizzo di fertilizzanti e pesticidi chimici…. Come sanno gli imprenditori agricoli, per realizzare una tale idea è necessaria la cooperazione perché <<se nel mio campo non uso insetticidi chimici, mentre il mio vicino li utilizza, tutti gli insetti verranno in massa nelle mie piante e nessuna tecnica naturale è in grado di far fronte a una tale aggressione>>.

Il Veneto potrebbe divenire una regione unica per la qualità dei prodotti della terra, potrebbe mettere a punto un marchio di “BioRegione” e ben presto si diffonderebbero la notizia e la pubblicità che qualsiasi cosa coltivata in Veneto è buona e genuina. Questo semplicemente risolvendo problemi di azione collettiva, problemi di cooperazione, di solidarietà.

Iniziative come quella di Sartor costituiscono quindi un ottimo stimolo di riflessione.

Ricevere un premio da parte del sindacato Cisl è stata per me un’occasione unica anche per un altro motivo. Ho trovato infatti nel sindacato un interlocutore sensibile e “al passo coi tempi” nei confronti dei problemi di sicurezza sociale, vero obiettivo dei miei studi.
La tesi di laurea che ho presentato indaga il ruolo delle reti di sostegno familiari nel fornire sicurezza sociale in momenti di crisi e alcune implicazioni di questo per il sistema di welfare. Ho studiato il caso di Follina in provincia di Treviso e della crisi del 1982, in cui l’ultima fabbrica tessile storica del paese ha chiuso i battenti.
Ho titolato la tesi Il peso dei legami forti, perché la ricerca si è concentrata sugli effetti delle relazioni sociali (dei legami di parentela e delle relazioni industriali vissute in modo più o meno assistenziale), sulle performances di una comunità industriale, e in generale sulle capacità economiche e civili di un gruppo sociale.

Si tratta però di un caso interessante anche perché, nonostante tutte le parti sociali coinvolte abbiano dimostrato buona volontà e buona condotta sia civili che imprenditoriali, la disciplina e il rispetto delle regole non sono stati sufficienti. Anche in quella crisi degli anni ’80 la “parte del leone” l’ha giocata il mercato.
Da questo episodio si può apprendere una lezione generale, cioè che anche nel caso in cui a livello territoriale-comunitario non ci sono grandi problemi e “tutti sono felici”, si possono generare rischio sociale, insicurezza e crisi a causa delle dinamiche dei mercati dei capitali, quindi dei prestiti, delle dinamiche evolutive del mercato dei prezzi dei prodotti… in una parola è il mercato autoregolato, che con i suoi “colpi di coda” può lasciare indietro le imprese e le comunità che non riescono ad allinearsi in tempo ai suoi cambiamenti.
La stabilità e la sicurezza, che permettono una vita felice, sono generate dal fatto che in determinati territori e per determinati periodi l’economia locale ricopre nicchie stabili nel mercato.  Si tratta di un fatto temporaneo e localizzato. È evidente invece che molti importanti problemi in campo di sicurezza sociale non hanno carattere né temporaneo né locale, ma interessano tutti e le generazioni future comprese. Sono questi i problemi dell’assistenza, del lavoro, dell’ecologia, della sanità, dell’approvvigionamento di risorse energetiche e alimentari, ecc.

Lo studio del caso di Follina, come di altri, porta a considerare da una parte l’importanza di allinearsi alle dinamiche economiche globali per non essere “lasciati indietro”. Dall’altra porta alla considerazione che qualsiasi politica sociale o associazione sociale che si voglia occupare con successo di sicurezza sociale dovrebbe impegnarsi anche sul fronte della regolazione democratica dell’economia, per rendere queste dinamiche globali più “umane”.

Nel mondo globalizzato ed economicizzato non è più sufficiente pensare ed agire a livello territoriale. E nemmeno “pensare globale ed agire locale”. È necessario “pensare sia locale che globale” e agire sia a livello locale che a livello globale, contemporaneamente.
Potrebbe sembrare una questione retorica oppure una cosa troppo difficile da realizzare, ma la realtà dimostra il contrario. Il sindacato Cisl rappresenta un esempio reale di questo stato di cose. Ad esempio Cisl è tra i promotori della campagna “zerozerocinque”, che è collegata all’analoga campagna internazionale “Make Finance Work”. Questa campagna intende promuovere l’introduzione di una mini-tassa intelligente sulle transazioni finanziarie, che penalizzi soltanto gli speculatori e non i normali investitori.

Si tratta di un modo di avvicinarsi alla regolazione del sistema economico, che intende incidere sull’economia mondiale e locale attraverso la trasformazione di una dimanica particolare – la speculazione finanziaria – che è tra i principali meccanismi che causano i dissesti economici e sociali.

I sindacati ed altre associazioni civiche e sociali potrebbero mantenere le proprie forze e azioni all’interno della giurisdizione nazionale o territoriale. Cisl dimostra invece di essere interessata anche a dinamiche globali, che nondimeno incidono sulla qualità della vita locale. Su questo fronte è decisamente un modello da imitare.

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About miromarchi

PhD in Anthropology, consultant at GraphAware. Interested in graphs, ethnography, anthropology, network analysis, graph databases, network visualization, complexity, cooperation, collective action, emergence of self-organization, commons, sustainability, open source, communities of practice.
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